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Ho scritto una lettera ad una rivista che adoro leggere ma che, purtroppo, mi costringe a rifelttere sul solito tema scottante: la donna oggetto nella comunicazione di massa. Eccone il contenuto:

Sono demoralizzata dal degenerare dell’immagine femminile: a cosa sono serviti tanti anni di femminismo, se poi non abbiamo più bisogno di difenderci dalla superiorità virile semplicemente per il fatto di aver noi stesse assunto e inglobato tale sguardo? Ci guardiamo e giudichiamo con gli occhi maschili, o meglio maschilisti, occhi che ci fanno sentire oggetti, diverse o sbagliate se non abbiamo seni prosperosi, fondoschiena sodi, labbra carnose, gambe sempre più lisce, volti senza rughe (o inespressivi?) e così all’infinto.
A mio parere, il maschilismo ha agito in modo subdolo e invisibile: ha ipotecato le menti di uomini e donne, diffondendosi come un cancro. Questa metastasi ha cambiato volto al maschilismo, si è insinuata nel corpo femminile e si è propagata attraverso la televisione, il cinema, i quotidiani e le riviste. Corpi femminili seminudi, gambe aperte, seni straripanti, labbra socchiuse, espressioni che raccontano un presunto piacere sessuale, nella maggior parte dei casi solitario. L’uomo invece, se presente, sbircia nelle scollature, afferra, sogghigna. Il maschio che non deve chiedere mai. Siamo davvero così? Oppure è possibile trovare una forma di riscatto, una comunicazione che dia giustizia alle persone della realtà, uomini e donne che vivono, si amano e si rispettano in quanto creature pensanti e capaci di provare emozioni complesse?
Allora le domando, ancora, perché sia così difficile boicottare certi tipi di pubblicità e perché io stessa sia costretta a subire questo continuo attacco canceroso anche al sabato, quando mi accingo a leggere la mia rivista preferita.

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…ti ricordi di non essere in Italia!

Questa profonda riflessione è stata frutto di una tappa ai bagni femminili del museo d’arte di Lugano. In occasione della notte dei musei, sabato scorso, non potevo perdermi la mostra di Man Ray. La mia dipendenza da WC (causata dalle raccomandazioni di dietologi e nutrizionisti che incoraggiano pantagrueliche abbuffate di almeno 1,5 litri di acqua al giorno) mi ha portato ad aprire quella porta: quella con la donnina stilizzata. Mi aspettavo la ventata di aria putrita e rancida e prontamente ho trattenuto il respiro per qualche secondo ma, quando ormai cominciava ad annebbiarsi la vista, ho dovuto cedere e inalare a pieni polmoni. Occhi sgranati: il bagno profumava di una gradevolissima fragranza di fragola, i pavimenti luccicavano, l’allegra tazza mi fissava con un sorriso lustro e brillante, carta igienica in abbondanza. Ma le sorprese non erano ancora finite! Poteva forse mancare, nel bagno di un museo d’arte, il detergente in vaschetta che quando tiri l’acqua da blu diventa verde? E il sapone per le mani a una gradevole e delicata fragranza fruttata? Non come i saponi dell’università: dopo due lavaggi con quei composti chimici nella stessa giornata, le mie mani diventano talmente aride che potrei usarle per scartavetrare i muri di casa.

Gli svizzeri sono svizzeri, è proprio vero! Precisi, puntigliosi, in alcuni casi eccessivamente rigorosi, ma li ammiro. Ho ammirato la diligenza e disciplina degli addetti che hanno fatto rispettare ogni regola senza transigere, senza eccezioni. Ed è proprio questa loro disciplina che ha permesso una piacevole visita, ben organizzata, diginitosa e silenziosa al museo. Non come le ultime avventure presso i musei di Milano, dove ormai va di moda portare bambini poco più che neonati e lasciarli correre e gridare per le sale, senza che genitori o sorveglianti osino richiamare all’ordine. Oppure scolaresche poco interessate abbandonate a loro stesse, lasciate vagare per le gallerie tra schiamazzi e volgarità.

Trovo che l’esempio di sabato sera sia un grande insegnamento: non generalizzo a tutta la Svizzera, ma in quel contesto rigore ha significato rispetto, ripetto per sè stessi, gli altri, Man Ray e l’arte. Ha permesso una pacifica e civile convivenza di numerose persone, adepti o curiosi, bambini, ragazzi e adulti. Regola non è per forza sinonimo di proibizionismo: può essere lo strumento per raggiungere una serena, nonchè sempre più variegata, coesistenza.

 

Difficile raccontare tutto ciò che è andato perso. Più semplice abbracciare questo piccolo spazio, quest’immaturo blog e raccoglierne il corpo addormentato.

Sveglia! Una folata di vento e polline primaverile mi ricorda gli impegni presi e vale la pena tenerli a mente.

La scrittura, in tutto questo tempo, non mi ha mai abbandonata; mi ha accompagnata con la sua silenziosa presenza e il suo insostituibile sostegno, ma l’ha fatto nei fogli sgualciti di un vecchio quaderno che sonnecchia sul comodino, accanto al soffice guanciale che accoglie la mia testa sognante ogni notte, o quasi. Non tutto può essere scritto su un blog, nulla può sostituire il rumore della carta, la nervatura della mano che impugna la penna. E’ confortante: il taccuino è lì, tutto colorato, e nulla può cancellarne l’essenza. Ho avuto bisogno di conforto, in effetti.

Ma ora la mano è abbastanza sicura e serena per poter affrontare una tastiera qwerty, quindi: punto e a capo, che è diverso da punto e daccapo.